Le politiche economiche dell’UE

Scritto da

 

di Jesper Jespersen, Roskilde University, Danimarca


Il tema dell’influenza dell’Unione Europea sulle politiche economiche ritorna periodicamente nel dibattito.

Per dare un contenuto più preciso a questa discussione mi concentro su due obiettivi importanti della politica economica: l’aumento dell’occupazione e la riduzione della disoccupazione. Il primo ministro danese Helle Thorning, richiama ad ogni occasione le direttive fornite al precedente governo dalla Commissione Europea nella primavera del 2011 di portare i bilanci pubblici in linea con le disposizioni del Patto di Stabilità. Ma proprio su questo punto esiste una chiara differenza nel grado d’impegno assunto, poiché i paesi dell’Unione Economica e Monetaria (EMU) hanno sottoscritto un impegno più rigido al Patto di Stabilità, che comporta sanzioni in caso di non rispetto delle norme stabilite e delle raccomandazioni della Commissione Europea – con multe fino al ½ pct del PIL per anno, fino al raggiungimento dei livelli richiesti. Per i paesi fuori dell’eurozona, come la Danimarca, non sono invece previste sanzioni nel caso di deviazione dalle norme. Contrariamente al governo danese, quello inglese ha un atteggiamento molto tranquillo su questa direttiva che ricevette nel 2011. Alla domanda rivoltagli del perché il governo non seguiva le indicazioni europee in materia di bilancio pubblico la risposta fu: “il governo inglese ha un’opinione diversa su questa materia”.
Il fatto è che le indicazioni della Commissione Europea non sono un diktat ma piuttosto una raccomandazione ai paesi non appartenenti all’UEM. Una raccomandazione che il governo esistente può essere più o meno interessato a utilizzare a sostegno della sua politica economica. Uno degli argomenti spesso avanzati è quello nel dibattito danese è che il rispetto delle direttive dell’UE hanno un effetto calmante sui mercati finanziari internazionali e quindi sui tassi d’interesse. Questo argomento risulta debole, e senza alcun fondamento empirico come un’analisi sull’andamento dei tassi d’interesse rivela immediatamente. I bassi tassi d’interesse si accompagnano con l’avanzo della bilancia dei pagamenti (e una bassa inflazione), mentre il bilancio pubblico svolge un ruolo marginale in questo contesto salvo nei casi eccezionali di bilancio pubblico fuori controllo come nel caso della Grecia.
Il Patto di Stabilità è stato integrato con il Patto Finanziario (Fiscal Compact) che, in modo diverso, assume un carattere obbligatorio a partire dal 2014. Il Patto Finanziario è un accordo tra i 25 paesi dell’Unione europea, mentre il Regno Unito e la Repubblica Ceca, non a caso, hanno scelto di rimanerne fuori. Il Patto Finanziario impegna i paesi partecipanti ad adottare una legislazione nazionale che comprende il vincolo che il deficit di bilancio del settore pubblico non deve superare il 3 pct. del PIL, il deficit di bilancio strutturale (corretto per il ciclo) non deve superare il ½ pct del PIL e, infine, il debito pubblico lordo non deve superare il 60 pct del PIL. La legislazione deve inoltre contenere l’indicazione dei meccanismi correttivi e le procedure da adottare se i limiti fissati vengono superati. L’introduzione del Patto Finanziario nella legislazione nazionale ha spostato l’attuazione e il controllo sul bilancio e le norme previste dalla Commissione Europea, che in linea di principio non ha possibilità di sanzione verso i paesi non aderenti all’eurozona, alla legislazione nazionale. L’UE ha pertanto raccomandato che le disposizioni previste dal Patto Finanziario siano inserite nelle Costituzioni nazionali, cosa che la Danimarca si è ben guardata di fare.
Fino ad ora, in Danimarca, è stato il governo che ha deciso se tenere conto delle raccomandazioni da parte dell’Unione europea per quanto riguarda le finanze pubbliche e questo è in genere avvenuto solo nei casi in cui l’effetto di queste indicazioni si muoveva nella stessa direzione delle scelte economiche del governo. La difesa di questo grado di libertà nella politica economica è stato uno dei motivi principali che hanno spinto la Danimarca a tenersi fuori dalla collaborazione stretta e molto più vincolante dell’UEM. Con la firma danese al Patto Finanziario, il governo si è impegnato ad attuare la normativa nazionale che impone il rispetto delle norme sul bilancio e sul debito decise dall’UE. Tuttavia, a causa della opposizione della Gran Bretagna e Repubblica Ceca, questo è stato concepito come un accordo intergovernativo, il che significa che non è direttamente parte del Trattato UE e che pertanto può essere disdetto senza conseguenze formali per l’adesione formale della Danimarca all’UE.
Il Patto finanziario riduce lo spazio della politica
Con l’attuazione del Patto Finanziario sarà praticamente impossibile per i paesi dell’UE di perseguire una politica economica espansiva anticiclica. Dietro la formulazione criptica che ‘il deficit di bilancio strutturale non deve essere superiore al ½ per cento. del PIL’ c’è la realtà che si è ormai definitivamente conclusa la possibilità di attuare una politica attiva dell’occupazione nelle situazioni di crisi e recessione che colpiranno le economie europee e quindi anche la Danimarca. Il deficit di bilancio strutturale è uno (dei vari) obiettivi per le politiche fiscali perseguite. Secondo i libri di testo economici, la politica finanziaria è lo strumento per stimolare l’economia in una recessione o per smorzare eccessi nella durante una forte crescita. Il problema del Patto Finanziario è nella sua semplicità, che limitare le possibilità di stimolo all’economia al ½ pct del PIL (quasi 10 milioni di corone) in presenza di una congiuntura negativa significa limitarsi in modo insignificante. Le esperienze di incentivi per il “rilancio” dell’economia in Danimarca nel 2012 e 2013 dimostrano la loro insufficienza rispetto ai bisogni congiunturali. Questo significa inoltre che le riduzioni previste per il 2014 e 2015, quando gli investimenti pubblici saranno ridotti delle stesse dimensioni dei due anni precedenti, significa pensare di accelerare innestando la retromarcia.
La questione che si pone è perché i politici, nonostante le teorie economiche ben note si privano della possibilità di perseguire politiche di risanamento della congiuntura in una situazione di grave crisi sociale e economica. Si è dato inizio a questa resa lasciando al sistema dell’UE le decisioni in politica monetaria e dei cambi autoimponendosi un corso fisso valutario rispetto all’euro come nel caso danese diversamente dalla scelta di cambio flessibile della Svezia. A questo passo ha fatto seguito la richiesta dell’UE ai singoli paesi di rinunciare a una politica finanziaria nazionale. Una richiesta che è in diretto conflitto con la teoria macroeconomica in presenza di una situazione che colpisce in modo molto diverso i diversi paesi dell’UE. La disoccupazione varia dal 4 pct in Austria al 25 pct in Spagna. Imporre a questi due paesi la stessa politica economica produce inevitabilmente effetti negativi non solo ai singoli paesi ma per il funzionamento di tutta l’UE. Il che dà ragione alle tesi avanzate nel dibattito britannico che definiscono il Patto Finanziario un patto suicida
Perché i politici hanno paura della propria ombra?
L’interrogativo da porsi è perché l’UE impone ai singoli Stati membri limiti così forti alla loro politica economica. E, di conseguenza, perché i politici dei singoli paesi accettano in pratica – forse con la sola eccezione della Gran Bretagna – di limitare le loro possibilità di attuare una politica economica di controllo della congiuntura. La risposta può essere trovata solo nella constatazione del dominio incontrastato del pensiero euro-monetarista sostenuto dai consiglieri economici. Qui prevale la nozione che il mercato interno dell’UE può garantire di per sé l’equilibrio macroeconomico nei singoli paesi, come richiede la teoria sull’area valutaria ottimale. Questa teoria si basa sul presupposto che il “mercato ha sempre ragione” e, quindi, “le politiche economiche di regolazione della congiuntura sono superflue o dannose” a causa dell’”Inefficienza della politica”. Questa teoria è stata verificata durante gli ultimi 13 anni nei quali l’UEM e il Patto di Stabilità hanno dominato lo sviluppo macroeconomico dell’UE, e i risultati sono stati disastrosi.
Che cosa impedisce al sistema dell’UE di ‘tornare alla ragione’? In primo luogo il fatto che i consiglieri economici euro-monetaristi devono inghiottire qualche boccone amaro, come qualcuno di loro inizia a fare; come ad es. l’ex Governatore della Banca Centrale danese Erik Hoffmeyer che ha dichiarato che l’economia e la politica non possono essere separate. In secondo luogo, i responsabili delle politiche dell’UE debbono riconoscere che l’UEM è stata istituita troppo presto e comprensiva di troppi paesi, cosicché il Patto di Stabilità è giustamente denominato ‘patto di destabilizzazione’, e il Patto Finanziario chiamato ‘patto suicida’. In terzo luogo, i politici dell’UE devono riconquistare il potere sui mercati finanziari europei. Dopo la seconda guerra mondiale i politici riuscirono, grazie anche agli accordi di Bretton Wood del 1944, a garantire il controllo e quindi la limitare le grandi speculazioni internazionali di capitale. Un accordo simile potrebbe essere raggiunto oggi a livello europeo, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti aderiscano o no. Il denaro che viene trasferito all’interno o all’esterno dell’UE, dovrebbe essere registrato e le finalità dichiarate. Qui è fondamentale interrompere la spirale che consente al capitale speculativo di giocare a tira e molla con il rendimento sui singoli titoli di Stato europei. All’interno dell’UE, questi movimenti possono essere ostacolati con una tassa sulle transazioni finanziarie.
Ci vuole coraggio politico per frenare la corsa verso l’abisso.
Non è accettabile lasciar trascinare l’economia europea attraverso uno sviluppo simile a quello vissuto dai nostri nonni negli anni Trenta con una profonda crisi economica che avrebbe potuto essere evitata, contribuì a creare le tensioni politiche che innescarono la seconda guerra mondiale. Solo nel 1944 i politici furono pronti a mettersi al posto di guida sia della politica economica nazionale sia internazionale, e quindi dello sviluppo. Lo fecero sulla base di un forte mandato democratico e di mercati finanziari indeboliti. Il successo di quella politica economica è indiscutibile. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono tuttora considerati come il periodo d’oro dell’economia di mercato anche grazie al Piano Marshall.
Immaginiamo se i politici dell’UE avessero il coraggio di riconquistare il diritto di impostare la rotta e determinare la direzione dello sviluppo economico; questo ci ridarebbe ottimismo e la speranza di credere che l’Europa possa ancora evitare il disastro degli anni Trenta. Ma questo richiede indubbiamente che il sistema dell’UE e i capi di Stato dei paesi membri riprendano in pieno le loro funzioni. Se questo avvenisse sarebbe a vantaggio dei singoli paesi e per una ripresa della cooperazione europea e della democrazia.

Entra o Registrati